gli insulti Perché due persone giunte ai ferri corti durante un litigio  usano insulti come “troia” e “cessa” o una loro variante regionale se rivolti alle donne e “cornuto” e “ricchione” o una loro variante regionale se rivolti agli uomini?

 

 

 

Come è ovvio la tipologia di insulto dipende dalla persona a cui è rivolto e non dalla persona che lo formula inoltre, al contrario di quello che molti credono, non dipende dallo status di chi esprime l’insulto e non ha una logica evidente, anzi a volte è proprio paradossale, ad esempio se una prostituta è adirata con una suora molto probabilmente nella foga la chiamerà "troia" oppure il ragazzo rifiutato potrebbe usare lo stesso epiteto verso la ragazza a cui aspira e allo stesso modo la ragazza snobbata potrebbe definire l’oggetto delle sue attenzioni “ricchione”.  
Nel caso del ragazzo rifiutato l'epiteto è addirittura controproducente perchè se lei si concede facilmente e non lo fa con lui allora non è che lui ci faccia una bella figura; al contrario per la ragazza adombrare l'omosessualità di lui può essere una giustificazione dell'insuccesso, credo però che in entrambi i casi l'insulto sia solo un comprensibile sfogo della delusione e i termini scelti relativi a delle motivazioni più profonde, come vedremo.

 

Ad una osservazione superficiale la motivazione per cui si sceglie questa tipologia di epiteti potrebbe sembrare un modo per consolidare i ruoli sessuali ma la realtà è più sofisticata anche se riguarda il sesso esattamente come la grande parte delle azioni di ogni essere vivente su questo pianeta.

Nel prosieguo dell’articolo userò un epiteto specifico (ad esempio “troia” o “cornuto”) per indicare la tipologia di insulto e non il termine specifico perché ovviamente dello stesso termine ogni regione usa la propria variante.

Lo scopo di un insulto lanciato durante un litigio è lo stesso di un pugno dove fa più male e quindi l'obiettivo dell’epiteto è arrecare un danno all’avversario/a non stabilire ruoli.

Per una donna, soprattutto in passato, la peggior sfortuna che le potesse capitare era non fare un buon matrimonio. Al fine di trovare “il buon partito” due elementi erano particolarmente vincenti: la bellezza e la buona reputazione.
La bellezza non è affatto un criterio superficiale come siamo abituati a pensare ma è un insieme di indicatori di buona fertilità, salute, giovinezza e di quelle doti che potrebbero essere utili a dei figli, (il rapporto vita/fianchi è un indicatore di buona fertilità, un sedere sodo indica giovinezza e buoni glutei adatti a correre meglio, dote utile ai figli che nella savana dovranno sfuggire ai predatori ecc…).

La buona reputazione invece era considerata un indice di fedeltà. Fino a pochissimo tempo fa la selezione della sposa era demandata al ramo femminile della famiglia del ragazzo: la madre si consultava con le madri di ragazze in età da marito e le sorelle cercavano la candidata tra le loro amicizie. Poiché la paternità non è certa ponevano molta attenzione alla moralità della candidata perché questa avrebbe offerto ampie garanzie sulla paternità dei figli che lei avrebbe generato, (e quindi i nipoti delle donne selezionatrici  avrebbero così condiviso una parte del loro patrimonio genetico con zia e nonna). Che senso ha infatti per una mamma generare un figlio maschio se questo non prosegue nella staffetta per trasmettere i suoi geni a causa di una moglie adultera?

Una donna dalla reputazione compromessa ben difficilmente avrebbe potuto avere il benestare da parte della famiglia del pretendente a meno che questi non avesse dei "difetti" che lo rendessero poco richiesto e quindi "svalutato", (il vedovo o il cosiddetto “scemo del villaggio”).

Chiamare “troia” qualcuna serve proprio a mettere in dubbio la sua moralità e quindi ad abbassare le sue potenzialità matrimoniali, (un colpo basso quindi), non a caso se due donne competono per lo stesso uomo è facile che una delle due metta in giro pettegolezzi inerenti la moralità dell’altra. Far notare i difetti estetici risponde alla stessa esigenza, serve a far abbassare l’indice di fertilità o salute percepito dagli altri.

Coco Chanel sosteneva che metà del nostro fascino è quello che abbiamo e l’altra metà è quello che ci attribuiscono e aveva ragione.

Nel caso degli uomini invece “ricchione” ,(e i suoi omologhi), è in realtà un modo per dire che quell’uomo non è adatto al matrimonio perché poco virile oltre al fatto che storicamente l’omosessualità riceveva riprovazione morale e quindi era un modo per accendere i riflettori sull’altra persona e magari fare in modo che alcune sue eventuali eccentricità venissero attribuite alla sua presunta omosessualità.

Il caso di “cornuto” invece va analizzato su due diverse direttrici. Poiché una donna rischia una gravidanza ad ogni rapporto sessuale ha sempre posto una certa attenzione nello scegliere il partner per non sprecare le enormi risorse richieste da una gravidanza con un figlio geneticamente debole o con un uomo che la avrebbe abbandonata. Se altre donne aspirano a quell’uomo allora vuol dire che lo hanno ben valutato e soppesato arrivando alla conclusione che abbia buoni geni e sia valido soprattutto se ha una partner, (in diversi tra coloro che tengono corsi di seduzione consigliano di farsi vedere in giro con amiche apparentemente interessate per aumentare il proprio indice di accoppiabilità).   L’idea che un uomo sia tradito dalla compagna abbassa il suo punteggio perché si parte dal presupposto che la partner sia pentita di averlo scelto o comunque che non la soddisfi o che lo abbia sposato per mero calcolo ma avrebbe preferito scegliere un  altro.
L’altra direttrice punta invece a instillare il dubbio sulla paternità dei figli perché è ovvio, se c’è stato tradimento questo toglie ogni certezza. Come se non bastasse, da un punto di vista sociale il tradito perde di considerazione specie se non si riscatta, un tempo uccidendo l’amante della moglie o la moglie o entrambi, oggi abbandonando la compagna. E’ proprio a causa di queste attese che un tradimento non di pubblico dominio ha maggiori possibilità di non portare alla rottura rispetto ad un tradimento alla luce del sole.

Tempo fa su facebook ho assistito ad una accanita discussione tra una signora che si definiva femminista e un padre separato. Lui sosteneva che non fosse giusto che dopo essere stato tradito dovesse ora mantenere ex moglie e amante nella sua casa da cui era stato cacciato e lei sosteneva la tesi opposta. Dopo un estenuante battibecco lei chiude definendolo “cornuto”. La cosa mi fece ridere perché lei in un solo commento aveva contraddetto tutto quello che aveva sostenuto ma la cosa poi mi ha portato a riflettere. Evidentemente sono così radicati in noi questi schemi che molto probabilmente se mettessimo sotto uno scanner cerebrale una persona che evita di usare questi insulti vedremmo i suoi circuiti inibitori attivarsi colorare lo schermo. La rabbia abbassa la capacità di controllo e potrebbe far cadere le inibizioni e per questo  una persona che si è sempre pronunciata contro l’uso del termine “troia” poi lo butti fuori durante un litigio.

Molto interessante è invece l’ingiuria “figlio di puttana” perché, almeno dalle mie parti, può avere anche una accezione positiva. Ovviamente se riferito alla moralità della madre è una grave offesa perché mette in dubbio la paternità di chi si vuole ingiuriare sostenendo che quella persona potrebbe essere figlio di chissà chi. Se però si esclude di riferirsi alla madre, (dalle mie parte si usa la formula “con tutto il rispetto per tua madre tu sei un figlio di puttana”), allora diventa un complimento. Perché?

In passato poter contare sulle cure paterne triplicava le possibilità di sopravvivenza e in società dove lo Stato era assente la famiglia diventava l’unica istituzione capace di aiutare. Nelle aree dove il potere politico non era in grado di garantire un sistema giudiziario efficace erano le famiglie con la faida a scoraggiare aggressioni e vendicare i propri elementi che venivano uccisi. Dove la giustizia riusciva a funzionare comunque il ruolo della famiglia era vitale perchè garantiva sostegno nei momenti di indigenza. La prostituta o la ragazza che per qualche motivo aveva una reputazione compromessa (e quindi difficilmente avrebbe fatto un buon matrimonio) veniva allontanata, (anche per evitare di sobbarcarsi il carico dei figli senza padre), oppure ad essere abbandonato era il bambino  e ciò  in un contesto difficile rendeva la sopravvivenza molto problematica. I ragazzi che in una situazione così precaria riuscivano a sopravvivere dovevano necessariamente essere molto in gamba ed è per questo , secondo me, che “figlio di puttana” viene usato talvolta con una accezione positiva.

Anche i  termini “Porco” e “puttaniere”  hanno una accezione negativa ma più che riferirsi ad un avere molte amanti, (come abbiamo detto prima tutto sommato può essere anche un indice positivo considerando tra l’altro che il tradimento per una donna è meno grave perché la madre è sempre certa), io credo che siano riferiti al fatto di essere dipendente dal sesso e quindi a rischio di non avere intenzioni serie o di lasciare la moglie "legittima" per altre donne.  Considerando che in genere il permine porco o puttaniere è associato ad un rifiuto è lecito pensare che sottintendano alla necessità per il soggetto di dover pagare le prestazioni.

Personalmente li ritengo sinonimi di "bastardo", termine  che  ha un po' perso il significato originale di paternità incerta o falsamente attribuita.
 


Altra cosa interessante sono i sinonimi di prostituta che nella nostra lingua sono veramente molti. In realtà questa abbondanza è dovuta al fatto che si cercasse di nascondere il vero mestiere della signora sotto altri nomi.
Ad esempio in passato cortigiana e cortigiano erano termini normalissimi poi però qualche re ha cercato di far passare per cortigiana qualche sua amante e chiaramente chi sapeva ha iniziato a darsi di gomito e a fare sorrisetti maliziosi. Si è cercato di arginare la cosa introducendo il termine cortigiana onesta per marcare una differenza con le amanti o le prostitute ma anche a causa del declino delle monarchie alla fine nella nostra lingua è rimasta solo la versione negativa.

Cosa fanno quelle donne sul ciglio della strada?
Passeggiano!
Seeeee passeggiano. Ed è nato il termine passeggiatrice. Siate onesti, quando si dice “nipote di Mubarak” voi a cosa pensate? Lo fate il sorrisetto malizioso? Bene, è quello il meccanismo.


Idem per massaggiatrice, poiché la prostituzione in Italia è vietata le prostitute pubblicizzavano sui giornali i loro servizi spacciandosi per massaggiatrici e questo ha ovviamente creato confusione perché chi crede stupidamente di nascondere qualcosa chiamandolo in modo diverso finisce per travasare il vecchio significato sull’altro termine.
Ad esempio si è deciso di sostituire la parola “negro” con “nero”. Non è che si sia ottenuto niente di particolare, chi attribuiva a “negro” un significato negativo lo ha semplicemente travasato su “nero”.
C’è da dire che la parola latina niger, (da cui è derivato “negro”), non era affatto negativa e indicava il nero brillante, i latini usavano ater per indicare il nero negativo, quello smorto. Tra l’altro i romani non erano per niente razzisti.

In pratica il cercare di nascondere la professione più antica del mondo dietro nomi neutrali non ha fatto altro che trasformare il nome neutro in un sinonimo di prostituta costringendo a cercare un nuovo termine da usare. Questa rincorsa nel tempo ci ha dato una lunga collezione di sinonimi.

Per concludere vorrei ricordare una frase di Sigmund Freud: "colui che per la prima volta ha lanciato all'avversario una una parola ingiuriosa invece che una freccia è stato il fondatore della civiltà"

Ettore Panella

 

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  • Ospite - marta nichetto

    Ottimo articolo... ma a mio avviso, la piu' curiosa " incoerenza" è quella di usare il termine troia come insulto , essendo pure la piu' ricorrente fantasia maschile....alla fine la "troia" è quel tipo di donna, nell'immaginario, che si rende disponibile ai piu' svariati giochi erotici senza alcun limite...e quindi piu' appetibile

  • Ospite - Ettore

    In risposta a: Ospite - marta nichetto

    Attenzione Marta! tu hai ragione, però lo scopo dell'epiteto troia serve ad abbassare le prospettive matrimoniali di una donna facendo in modo che gli uomini la considerino un'ottima scelta per una storia a breve durata piuttosto che una storia seria.

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