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Umberto Zanotti Bianco: un libro di Sergio Zoppi ci fa scoprire un santo laico di cui l'Italia ha perso memoria

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zanotti_biancoHo finito di leggere le 238 pagine del saggio di Sergio Zoppi: “Umberto Zanotti-Bianco – Patriota, educatore, meridionalista: il suo progetto e il nostro tempo” (Rubbettino) e mi son sentita davvero piccina piccina, vittima della mia futilità, dei miei ristretti orizzonti.


Ho provato una vergogna che non vi dico, nel ripercorrere la vita di questo personaggio assolutamente sconosciuto ai più e che avrebbe meritato una memoria ben più radicata e coltivata.
Una missione meritoria, dunque, quella di Sergio Zoppi, che ha raccontato con semplicità e puntuale documentazione, senza inventarsi proprio nulla, la vicenda umana di un personaggio che ha dell’incredibile, tanto è il bene che ha fatto a quest’ingrata, immemore Nazione. Dotato di un magnetismo carismatico come ce ne son pochi, Umberto Zanotti-Bianco ha fatto crescere il nostro Paese, in special modo il Mezzogiorno, dedicandosi come un profeta, anche un po’ scomodo, all’alfabetizzazione di adulti e bambini nel Sud, in special modo in Calabria, già a partire dal 1910.
Un piemontese britannico come lui vi era capitato giovanissimo, ad appena 19 anni, accorso con afflato solidale a collaborare ai soccorsi ai terremotati di Messina del 1908. Veniva dritto dritto dal Collegio Carlo Alberto, fucina di menti eccelse frequentato dai figli dell’high society locale e si era distinto per il suo vivo intelletto. Aveva avuto maestri illustri – fra cui Padre Semeria – che avevano socraticamente coltivato i suoi talenti e, scoperto questo gene filantropico in lui, lo avevano incoraggiato ad assecondarlo.
La situazione tragica del Mezzogiorno, al di là delle contingenze del sisma, fu come una “chiamata alle armi” per il giovanissimo Zanotti-Bianco: immediatamente diede vita, insieme ad altri maestri di generosità, all’ANIMI (l’Associazione Nazionale per gl’Interessi del Mezzogiorno) e pose mano ad un ambizioso programma di riscatto, finanziato con le donazioni di tanti che affascinava con il suo impegno e il suo esempio.
La Prima Guerra Mondiale lo vide, malgrado fosse stato riformato, al fronte e poi gravemente ferito, con un vulnus che lo tormenterà per tutta la vita, una patologia emorragica interna a cui si aggiungeranno, nel tempo, la tisi e la malaria.
Malgrado tutto, Zanotti-Bianco fu una dinamo di volontà e azione: migliaia di scuole fondate, fiumi di denaro veicolati e poi, la tempesta fascista che subito individuò in lui un nemico da abbattere.
In special modo, ai potentati locali, ignoranti tanto quanto i poveri bisognosi che Zanotti-Bianco e la sua compagine soccorrevano, ma, purtroppo col bastone del comando in mano, dava fastidio questo predicatore laico che metteva a nudo le piaghe di un sistema sociale abbandonato a sé stesso e che, nel contempo, aveva anche il merito di procurare i mezzi per risanarle; fatto, questo, che suonava come un atto d’accusa contro l’insipienza dei gerarchi.
Dunque, fu preso di mira, perseguitato, emarginato. Eppure, persino nell’ambito della ricerca archeologica, che trovò come attività rifugio per distrarre il regime da sé, fu un “campione”, contribuendo alle straordinarie scoperte a Paestum. Ebbe idee avanzatissime in campo pedagogico e seppe, da buon figlio di diplomatico, persino escogitare una soluzione di salvataggio per preservare l’azione educativa dell’ANIMI, ponendola sotto l’egida della Principessa Maria José di Savoia, di cui divenne buono e devoto amico.
Come una primula rossa del bene, evitò la cattura da parte dei suoi nemici, trovando rifugio nelle case dei più illuminati benefattori di Roma e, dopo l’8 settembre, si accollò per 5 anni la “rifondazione” della Croce Rossa Italiana.
Il suo spirito di ricercatore del bene comune superiore impattò contro le ingordigie di un direttore generale “politico”, talmente sostenuto dal Palazzo da indurlo a rassegnare le dimissioni ed a scontrarsi con De Gasperi. Senatore a vita nel 1953, nominato dal Presidente Einaudi, due anni dopo, pur provato dalla sua salute vacillante, s’incamminò su un altro sentiero luminoso: la fondazione di Italia Nostra, di cui fu il primo presidente.
Naturalmente, ho riassunto all’osso le benemerenze di quest’uomo meraviglioso, elegante e austero (ho ritrovato in lui alcuni tratti dell’Autore della biografia, di cui sono stata capo ufficio stampa per ben 11 anni – e lo rimpiango allo spasimo, rispetto alle figurine della politica che imperversano oggidì) tanto che vi invito ad approfondire direttamente dal libro questa vicenda umana così affascinante.
Vi troverete di fronte ad una personalità ascetica e magnetica che v’incanterà, ancor più se raffrontata alla miseria dei politicanti che oggi si arrogano meriti e autoelogi.

Annamaria Barbato Ricci

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