Ogni fenomeno che non evolve in un altro piano di esistenza è statico. I comportamenti che non determinano evoluzione sono da considerarsi funzionali al mantenimento di quella realtà.
La mia collaboratrice si presenta in ritardo al lavoro quasi tutte le mattine, nonostante i miei numerosi solleciti ad essere puntuale.
Poiché sono una persona precisa e ligia al dovere questa situazione mi muove delle emozioni negative. In effetti, riguardo a questo fenomeno della mia vita professionale, vivo un certo grado di sofferenza poiché, dal mio punto di vista, gradirei che si recasse sul posto di lavoro con atteggiamento responsabile tenendo conto dei tempi di organizzazione dell'ufficio.
Se 2 +2 fa 4 che in parole povere significa: se esorto la mia collaboratrice a rispettare gli orari di ufficio, così come io stesso sono il primo a rispettare, perché non ottengo il risultato sperato (4)?
Di esempi del genere potrei farne a migliaia, anzi, questi esempi sono lo standard della realtà che conosciamo e, in tutti i casi, la domanda è sempre la stessa: Perché succede questo? E ancora: Perché devo soffrire per questo che succede?
Le dinamiche che descrivono questa situazione, gli individui che agiscono tale fenomeno ed altri fattori costituiscono un piano di esistenza.
Qual'è il nostro più grande desiderio?
Porre fine alla sofferenza, e cioè passare ad un altro piano di esistenza, in altre parole: ottenere un comportamento da parte della mia collaboratrice che rispetti gli orari di ufficio e le esigenze della mia azienda.
Ho già sperimentato che nonostante modificassi le dinamiche del mio comportamento non ottengo il risultato desiderato e che la situazione sembra statica.
In effetti, questa situazione, è statica, ogni fenomeno che non evolve in un altro piano di esistenza è statico. I comportamenti che non determinano evoluzione sono da considerarsi funzionali al mantenimento di quella realtà.
Le dinamiche, i comportamenti degli individui e gli altri fattori instauratisi danno origine ad un campo di forze che mantiene il sistema ancorato a quel piano di esistenza. Un po' come il contadino che tornando a casa con il suo asino e compiendo sempre lo stesso identico
tragitto, passo dopo passo, a lungo andare crea un sentiero con caratteristiche proprie di profondità, larghezza, ciottoli, curve, pendenze...
Vivere la realtà con i propri punti di riferimento è sano, è ovvio ed è razionale.
Per operare un cambiamento possiamo esercitare uno sforzo di volontà, prendere una decisione o assumerci delle responsabilità, ma, nella maggioranza dei casi, il problema si sposta da un angolo all'altro nella stanza delle soluzioni possibili.
Non è una visione pessimistica della realtà ma piuttosto oggettiva.
Se bastasse un atto logico-razionale-funzionale-cognitivo per raggiungere una soluzione su situazioni importanti come l'inquinamento, la questione araba, la povertà dei 2/3 della popolazione mondiale, lo strapotere delle multinazionali, la nascita dei nuovi schiavi, i mercati delle droghe, e così via, questi problemi si potrebbero, quantomeno, chiarificare in un progetto sostenuto dalla buona volontà.
Tralasciando tutte le profonde analisi degli esperti dei vari ambiti (ecologisti, politologhi, economisti...) le cui tesi o opinioni nulla hanno a che vedere con la buona volontà, si capisce perché le situazioni non evolvono verso un altro piano di esistenza: gli addetti ai lavori non riescono a percepire un nuovo punto di vista.
Può capitare di intravedere dei cambiamenti come effetto di un determinato atto, ma si tratterà di un fatto temporaneo, come una molla che si allunga se tirata con forza alle due estremità, così la situazione si rinormalizzarà non appena si molla la presa.
Esistono forze, la cui funzione, per quanto inopportuna e fastidiosa le si consideri, è quella di mantenere le situazioni fissate a quella realtà, come se essa fosse l'unica in grado di dare equilibrio e continuità al sistema.
I modi di dire su questo tipo di situazioni la dicono lunga e ci informano con le loro metafore sulle dinamiche che ci avvolgono.
Quanto appena detto mi illumina sulle motivazioni che spingevano i miei clienti a rifiutare le soluzioni che offrivo, mantenendosi coerenti al loro schema mentale; mi apre la mente, inoltre, sulle dinamiche che operano nel sistema ufficio-collaboratrice-ritardi che mi toccano personalmente.
Questo campo di forze, impedendo l'attuarsi di cambiamenti strutturali, si rivela funzionale al mantenimento delle situazioni, garantendo la conservazione delle specifiche e delle peculiarità che lo caratterizzano.
Come dicono i francesi plus ça change plu c'est la même chose.
Emilio Boccia
Karma e conto in banca



