Una ricerca pubblicata il 21 gennaio 2026 documenta l’esplosione della violenza politica online e ci offre la chiave per comprenderla. Analizzando le differenze di genere nelle giustificazioni morali dell’omicidio politico, rivela come i social network abbiano trasformato la violenza indiretta nello strumento più efficace e premiato. E questa normalizzazione online precede e alimenta la violenza reale.
La ricerca del Network Contagion Research Institute (Assassination Culture: How Shifting Gender Patterns Signal a New National Instability) parte da dati agghiaccianti: quando si chiede a un campione rappresentativo di elettori americani se può essere moralmente giustificato uccidere un avversario politico in uno scenario ipotetico, il 67% degli intervistati di sinistra giustifica l’omicidio ipotetico di Donald Trump, mentre il 54% degli intervistati di destra esprime la stessa posizione rispetto all’omicidio ipotetico di Zohran Mamdani, sindaco eletto di New York. Ma il dato che spiega tutto è questo: le donne sono più propense degli uomini del 21% (caso Mamdani) e del 15% (caso Trump) a giustificare questa violenza. Non perché sono più violente, ma perché i social network premiano esattamente il tipo di violenza in cui storicamente le donne sono più competenti: quella indiretta, reputazionale, che uccide senza sporcarsi le mani.
Ma questi numeri diventano ancora più allarmanti quando si scopre che non sono i primi. Nell’aprile 2025, lo stesso istituto aveva pubblicato una ricerca analoga che mostrava già livelli preoccupanti: il 56% degli intervistati di sinistra giustificava l’omicidio di Trump. Quel numero era già terrificante, ma quello che è successo dopo lo rende tragicamente profetico.
Tra coloro che avevano condiviso pubblicamente lo studio di aprile 2025 c’era Charlie Kirk, fondatore di Turning Point USA e commentatore politico conservatore vicino a Donald Trump. Pochi mesi dopo, il 10 settembre 2025, Charlie Kirk è stato assassinato da un cecchino durante un evento alla Utah Valley University nello Utah. La ricerca che aveva condiviso aveva previsto esattamente il clima culturale che avrebbe portato alla sua morte.
E qui arriva il dato più inquietante di tutti: l’omicidio di Charlie Kirk non ha fermato questa escalation. L’ha accelerata. La nuova ricerca del gennaio 2026, condotta pochi mesi dopo il suo assassinio, mostra che la percentuale degli intervistati di sinistra che giustifica l’omicidio di Trump è salita dal 56% al 67%. Un aumento di 11 punti percentuali in meno di un anno. Un anno segnato proprio da un omicidio politico che avrebbe dovuto fungere da campanello d’allarme.
Quando la violenza smette di essere un tabù e diventa un’opzione moralmente accettabile “in linea di principio”, l’assassinio reale non la delegittima. La normalizza ulteriormente. E i numeri lo confermano con brutalità matematica.
Ma c’è un altro dato che merita attenzione nella ricerca del gennaio 2026, forse ancora più significativo dal punto di vista della dinamica sociale: le donne risultano più propense degli uomini a giustificare la violenza politica. Il differenziale è di circa +21% nel caso Mamdani e +15% nel caso Trump, differenze che restano statisticamente significative anche controllando età e altre variabili. Il semplice fatto di essere donna, indipendentemente dall’età o da altri fattori, porta a un incremento di questa giustificazione morale.
Non si tratta di invitare ad atti reali, ovviamente. Ma è proprio questo il punto: quando una società inizia a normalizzare mentalmente la violenza, quando la considera moralmente accettabile “in linea di principio”, qualcosa di profondo sta già cambiando. E quei numeri ci dicono che quel cambiamento non solo è già in corso, ma sta accelerando. Lo conferma anche un altro dato drammatico: nel complesso, quasi due terzi di tutti gli intervistati (66%) ha espresso almeno qualche livello di giustificazione per l’omicidio di Mamdani o Trump, o di entrambi.
La ricerca di gennaio 2026, che aggiorna e approfondisce quella di aprile 2025, documenta quindi non solo l’esistenza di quella che gli studiosi chiamano “assassination culture”, una cultura dell’assassinio, ma anche la sua progressione. Ed è questa progressione, più ancora dei numeri assoluti, che dovrebbe allarmarci. Stiamo assistendo a un processo di normalizzazione che non si ferma davanti all’evidenza della violenza reale, ma al contrario ne viene alimentato.
La violenza come strumento, non come degenerazione
L’articolo del City Journal che commenta questa ricerca punta su spiegazioni sociologiche. Ma c’è un’altra chiave di lettura, più profonda e forse più scomoda: quella della psicologia evoluzionista. Dal punto di vista evoluzionistico, la violenza non è un’anomalia né un semplice impulso emotivo fuori controllo. È uno strumento adattivo, utilizzato quando produce vantaggi netti rispetto ai costi.
Gli esseri umani hanno sempre fatto ricorso alla violenza quando aumentava status o protezione, rafforzava la coesione del gruppo o riduceva il rischio di esclusione. E qui arriviamo alla distinzione fondamentale che spiega i dati sulla differenza tra i due sessi: la violenza diretta contro la violenza indiretta.
La violenza diretta è fisica, immediata, costosa. Richiede forza, comporta rischi immediati e tangibili. Puoi prenderti un pugno in faccia, puoi finire male. È molto rischiosa, molto fisica, e in questo campo gli uomini sono storicamente più avvantaggiati. Per questo tendono a preferirla quando il contesto sociale la rende accettabile.
La violenza indiretta è invece reputazionale, relazionale, delegata. Si esprime attraverso l’esclusione sociale, lo screditamento, la punizione morale, le coalizioni ostili, l’utilizzo di altri. È più tipica delle donne non per una questione morale o caratteriale, ma perché storicamente hanno avuto minor forza fisica e hanno dovuto compensare sviluppando e potenziando altre forme di violenza altrettanto efficaci.
Il ventaglio e il veleno: una lezione di storia
La celebre formula storica secondo cui “gli uomini uccidono con la spada e le donne con il veleno” non è una metafora sessista. È una descrizione funzionale: stesso obiettivo, strumenti diversi, costi diversi, strategie diverse.
Ricordo un episodio personale che illustra bene questo concetto. Per un breve periodo ho praticato tai chi. Tra l’altro non sapevo neanche che fosse un’arte marziale, pensavo fosse una ginnastica per persone anziane. Durante un incontro con il maestro internazionale, la mia istruttrice dell’epoca chiese ingenuamente: “Ma perché non facciamo mai quelle forme così belle e coreografiche con i ventagli?” Se gli avesse detto “pezzo di merda”, il maestro si sarebbe offeso di meno. La prese davvero male.
Poi ci spiegò perché. Il ventaglio era un’arma che nell’antica Cina usavano le donne e i vigliacchi. Le donne perché non avevano la forza fisica per affrontare un uomo in combattimento diretto. I vigliacchi perché non volevano pagare il costo del confronto diretto, quello considerato coraggioso e onorevole. Questi ventagli avevano delle punte, punte intrise di veleno. Chi li usava si allenava moltissimo a fare quei gesti rapidi e aggraziati che sembrano solo coreografia. Quando vedete quelle belle forme nelle dimostrazioni di arti marziali, state guardando l’addestramento a un’arte letale: colpire con il veleno, uccidere senza confronto, senza rischio immediato. Una cosa assolutamente riprovevole per i codici d’onore del passato.
Questa stessa dinamica la ritroviamo nella storia europea. Pensate alle streghe: il grosso delle volte erano venditrici di veleni, fornitrici di sostanze letali per chi volesse eliminare qualcuno senza rischiare il patibolo per omicidio. La strega Tofana, per esempio, fu bruciata viva insieme ai suoi apprendisti e alla figlia a cui stava insegnando il mestiere. Era una caratteristica tipica dell’epoca: l’uso del veleno era considerato il crimine più vile, più spregevole dell’omicidio diretto.
Capite il punto? All’epoca c’era una forte approvazione sociale della violenza diretta. Pensiamo ai duelli, agli scontri d’onore. Ma c’era una fortissima riprovazione per la violenza indiretta, considerata squallida, orribile, da vigliacchi. Oggi le cose sono completamente ribaltate.
Il ribaltamento dei valori
Oggi la violenza fisica è considerata riprovevole in ogni sua forma. La violenza indiretta invece ha assunto un significato molto, ma molto positivo. Viene giustificata, incentivata, premiata socialmente. E qui arriviamo al ruolo dei social network.
I social non sono una novità assoluta dal punto di vista evoluzionistico. Riproducono esattamente le dinamiche delle antiche tribù di 200-300 persone, quelle piccole comunità in cui la nostra specie ha passato la maggior parte della sua storia evolutiva. E in quelle tribù, le donne avevano un ruolo cruciale: la coesione sociale.
Si erano conquistate questo ruolo anche perché per loro era vitale che il gruppo fosse unito e compatto. Loro e soprattutto i loro figli sarebbero stati i primi a subire danni se il gruppo si fosse frammentato o indebolito. E distribuivano status, premi sociali, approvazione attraverso strumenti molto precisi.
Prendiamo il pettegolezzo, pratica considerata tipicamente femminile. Attraverso il pettegolezzo si comunicava quello che succedeva nel gruppo, e a ogni fatto veniva sempre associato un giudizio morale. “Hai visto che cosa ha fatto di buono quella?” oppure “Hai visto la schifezza che ha fatto quell’altro?” Questo sistema informale ma potentissimo distribuiva status, reputazione, accettazione sociale. Chi si comportava secondo i codici del gruppo veniva celebrato. Chi li violava veniva escluso, screditato, punito socialmente.
Il segnale costoso e la ricompensa sessuale
Ricordo un episodio che mi fece riflettere molto su queste dinamiche. Era il 1996, parliamo di ere geologiche fa. Io avevo appena portato Internet nella mia città come POP, punto di accesso alla rete. Facevo parte di un’associazione di piccoli imprenditori che avevano fatto questa scelta pionieristica. Durante uno di questi incontri, parlando del più e del meno a fine giornata, un ragazzo del gruppo disse una cosa che ci lasciò tutti perplessi: “Domani c’è una manifestazione, vado là, magari mi piglio qualche manganellata.”
Lo disse come se fosse una cosa piacevole, desiderabile. Rimanemmo tutti molto perplessi. “Ma sei pazzo? Ti vai a prendere le manganellate apposta? Pensaci bene.” E lui ci spiegò una cosa che all’epoca mi sembrò assurda ma che in realtà era molto saggia dal punto di vista evoluzionistico.
Disse: “Se io vado a prendermi delle manganellate le ragazze me la danno di più.” Non ricordo le parole esatte ma il senso era questo.
Dal punto di vista della psicologia evoluzionistica è perfettamente comprensibile. C’è un segnale costoso: ti prendi le manganellate, subisci un danno fisico reale. Quel segnale costoso viene registrato dalle femmine del gruppo (usiamo i termini biologici corretti: le femmine di Homo sapiens). Quelle del suo gruppo, ovviamente, non quelle di un altro gruppo che considererebbero quel segnale irrilevante o addirittura negativo (nel gruppo amici delle forze dell’ordine avrebbe tolto status perché considerato riprovevole).
Le femmine del gruppo vedono il segnale costoso del maschio e gli attribuiscono uno status superiore, alzano la sua posizione nella gerarchia informale. L’aumento dello status porta a un aumento della risorsa sessuale, che viene elargita con più generosità. È una catena semplicissima e chiarissima: dal segnale costoso alla ricompensa riproduttiva. Una dinamica banalissima ma fondamentale per capire come funzionano i gruppi umani.
Come i social premiano la violenza indiretta
Ora, come si lega tutto questo ai social network? I social premiano esattamente questo meccanismo, ma con un ribaltamento completo dei valori. I social premiano l’attacco indiretto, la punizione collettiva, la distruzione reputazionale. Non premiano affatto il rischio fisico, il confronto diretto, il costo personale immediato.
È esattamente l’opposto di quello che succedeva in passato. In passato era il duello fisico, con la spada o con un’arma, che dava status. La gente rischiava letteralmente la vita per questo. Mentre il ventaglio, la maldicenza, l’aggressione subdola non erano considerate cose dignitose. Oggi è proprio il contrario.
Sfidarsi a duello oggi significa perdere status, finire in galera, essere considerati dei violenti. Uccidere qualcuno significa perdere tutto. Calunniare qualcuno, invece, fa aumentare lo status nel tuo gruppo. Vedete? C’è un ribaltamento completo.
E la ricerca lo conferma con dati precisi. Tra gli intervistati di sinistra, quelli nel quartile più alto di utilizzo dei social media hanno mostrato punteggi di giustificazione dell’omicidio di Trump superiori del 50% rispetto a quelli nel quartile più basso. Tra gli intervistati di destra, il quartile più alto di utilizzo social ha mostrato punteggi superiori del 59% per l’omicidio di Mamdani. Questi dati rimangono statisticamente significativi anche controllando l’età, il che significa che l’effetto dei social media è indipendente dalle differenze generazionali.
Non è odio partigiano: è normalizzazione della violenza
Ma c’è un dato ancora più inquietante che emerge dalla ricerca: la correlazione tra la giustificazione dell’omicidio di Trump e quella di Mamdani è 0.46, un valore molto alto. Questo significa che chi giustifica l’omicidio di una figura politica tende fortemente a giustificare anche l’omicidio di figure dell’altro schieramento.
Non stiamo parlando di odio partigiano, quindi. Non è “io giustifico l’omicidio del mio nemico politico ma non quello dei miei alleati”. È qualcosa di molto più profondo e preoccupante: un’accettazione generalizzata della violenza politica come strumento legittimo, indipendentemente dal bersaglio.
La ricerca documenta anche che questa tolleranza per la violenza politica è fortemente correlata con una visione pessimistica del futuro dell’America. Chi crede che l’America sia in declino mostra una probabilità significativamente più alta di giustificare la violenza politica. È la classica dinamica della “deprivazione relativa” studiata dai sociologi politici del XX secolo: quando c’è un gap significativo tra aspettative e realtà percepita, quando le persone sentono che il sistema non offre più speranze, la violenza diventa pensabile.
Il paradosso dei reati violenti in calo (e la situazione italiana)
Questo ci fa capire anche un’altra cosa apparentemente paradossale. Se nei social c’è un fortissimo aumento di violenza indiretta (che è molto grave lo stesso, non parliamo di sciocchezze: la violenza indiretta uccide comunque, distrugge vite, porta al suicidio), perché non osserviamo lo stesso aumento per quanto riguarda i reati gravi fisici?
La risposta è che dobbiamo distinguere tra due fenomeni completamente diversi: la violenza criminale generale e la violenza politica.
Negli Stati Uniti, i dati sono chiarissimi. La violenza criminale generale è in netto calo: gli omicidi nel 2025 sono diminuiti del 25% rispetto al 2019 e del 17% rispetto al 2024, secondo il Council on Criminal Justice. Le aggressioni, le rapine, la violenza domestica sono tutte in discesa. Ma contemporaneamente, la violenza politica è in drammatico aumento: nei primi sei mesi del 2025 ci sono stati 150 attacchi politicamente motivati, quasi il doppio rispetto allo stesso periodo del 2024, secondo l’Università del Maryland. Le minacce contro i membri del Congresso sono più che raddoppiate, da 3.939 casi nel 2017 a 9.474 nel 2024, con una stima di 14.000 per il 2025. È il livello più alto dagli anni ’70.
In Italia, il fenomeno è ancora più marcato per quanto riguarda la violenza generale. Nel 2025 abbiamo registrato 286 omicidi, con un calo del 15% rispetto al 2024, secondo i dati del Ministero dell’Interno pubblicati il 19 gennaio 2026. È il numero più basso dell’ultimo decennio, con un tasso di appena 0,48 omicidi ogni 100.000 abitanti che ci colloca tra i paesi più sicuri al mondo. Il trend è in calo costante dal picco del 1991, quando gli omicidi erano 1.916. Negli ultimi dieci anni la riduzione è stata del 33%, secondo il Servizio Analisi Criminale della Polizia di Stato. Se confrontiamo con cinquant’anni fa, il calo è ancora più spettacolare.
Per quanto riguarda la violenza politica in Italia, il quadro è più complesso e per certi versi diverso da quello americano. Le intimidazioni contro amministratori locali sono stabili o in leggero aumento: nel 2024 si sono registrati 630 atti intimidatori secondo la Direzione Centrale della Polizia Criminale (+13,9% rispetto al 2023), con una media di più di un episodio al giorno. Negli ultimi 15 anni sono stati documentati 5.716 episodi di intimidazione contro sindaci, assessori, consiglieri comunali e funzionari pubblici, secondo il rapporto “Amministratori sotto tiro” di Avviso Pubblico.
Tuttavia, c’è una differenza sostanziale rispetto agli Stati Uniti. In Italia, la maggior parte di queste intimidazioni è legata alla criminalità organizzata o a problemi amministrativi locali: controversie su permessi, sussidi, decisioni urbanistiche. Non si tratta ancora di una violenza ideologica o partigiana su scala nazionale come quella americana. Non vediamo ancora quella polarizzazione estrema che porta a giustificare moralmente l’omicidio di avversari politici del campo opposto.
Ma questo potrebbe essere solo un ritardo, non un’immunità. Diversi segnali indicano che la rincorsa agli Stati Uniti potrebbe essere già iniziata. Le minacce via social network sono aumentate del 19,1% in un solo anno, diventando nel 2020 il primo mezzo utilizzato per intimidire gli amministratori, superando incendi e danneggiamenti. E più recentemente, le violente aggressioni ai poliziotti durante le manifestazioni suggeriscono che la normalizzazione della violenza politica diretta potrebbe essere già in corso anche da noi.
È un segnale d’allarme che non possiamo ignorare. L’Italia ha tradizionalmente avuto livelli di violenza politica molto più bassi rispetto agli Stati Uniti, e la nostra violenza criminale generale è in calo molto più marcato. Ma i social network non hanno confini nazionali. Le dinamiche di polarizzazione e le meccaniche di status che premiano la violenza indiretta online funzionano allo stesso modo ovunque. E quando la violenza indiretta viene sufficientemente normalizzata, produce inevitabilmente episodi di violenza diretta.
Come è possibile questa divergenza tra criminalità generale e violenza politica? È possibile esattamente per il motivo che abbiamo analizzato. I reati violenti tradizionali hanno perso status. La violenza diretta criminale ha perso ogni valore sociale, è universalmente stigmatizzata, porta conseguenze penali severe e immediate. Ma la violenza indiretta, specialmente quando ha una giustificazione politica o morale, ha guadagnato status, ricompense, approvazione sociale. Sui social network, attaccare verbalmente un avversario politico, minacciare, intimidire, può portare like, condivisioni, consenso del proprio gruppo.
E questo ha tutte le conseguenze che stiamo osservando negli Stati Uniti e che potrebbero presto manifestarsi anche da noi. Significa semplicemente che si uccide in modo diverso, per motivi diversi, con dinamiche diverse. La violenza non scompare: cambia forma, cambia target, cambia giustificazione. E quando viene normalizzata mentalmente come moralmente accettabile “in determinate circostanze”, il passaggio all’azione diventa solo questione di tempo e di condizioni.
Tornare alla tribù
Dobbiamo guardare ai social come a una tribù, come a un mondo tribale che riattiva dinamiche che sono dentro di noi, che fanno parte del nostro DNA. Queste dinamiche si erano annacquate quando la dimensione tribale è venuta meno, quando siamo passati a società più ampie e anonime. Ma ora che si è ricreata quella dimensione, tornano prepotentemente alla quotidianità.
Il nemico, la coesione, la punizione, lo status: sono tutte cose che avevano un valore fondamentale nelle piccole tribù. E per le donne in particolare, che gestivano questi meccanismi di coesione sociale, erano strumenti di potere reale. Non c’è nulla di strano o scandaloso nel fatto che, quando si ricreano quelle condizioni ambientali, quegli strumenti tornino a essere utilizzati con competenza.
I dati della ricerca non ci dicono che le donne sono “più violente” degli uomini. Ci dicono che sono più competenti nell’uso dello strumento di violenza che oggi è più efficiente e socialmente premiato. Se avessimo riportato indietro l’orologio di trecento anni e avessimo chiesto agli intervistati se fosse giustificato sfidare a duello un avversario politico, probabilmente avremmo visto percentuali più alte tra gli uomini. Non perché gli uomini siano più violenti in senso assoluto, ma perché il duello era lo strumento utilizzato per distribuire status sociale.
Conclusioni: abbiamo sbagliato diagnosi
Questa ricerca, unita a quello che ci dice la psicologia evoluzionistica, ci mostra che per anni abbiamo completamente sbagliato approccio. Non abbiamo collegato i social alle dinamiche delle tribù antiche. Abbiamo pensato che i social ci stessero rendendo più violenti, più cattivi, più aggressivi. Non è così.
I social non hanno reso le persone più violente. Hanno reso conveniente un certo tipo di violenza. Una violenza che nei social dà status, dà valore sociale, dà ricompense concrete. E quindi funziona come rinforzo positivo per potenziare quel comportamento che altrimenti probabilmente utilizzeremmo molto di meno.
I dati non ci dicono che la società sia improvvisamente diventata più cattiva. Ci dicono qualcosa di più scomodo: abbiamo costruito ambienti tecnologici che rendono razionale ed efficiente un certo tipo di violenza. E finché continueremo a ignorare il legame tra psicologia evolutiva, dinamiche di status e architettura delle piattaforme digitali, continueremo anche a sbagliare diagnosi.
Ma c’è un dato finale che dovrebbe toglierci il sonno: negli Usa, tra aprile 2025 e gennaio 2026, in soli nove mesi segnati dall’assassinio reale di una figura pubblica, la giustificazione morale della violenza politica non è diminuita. È aumentata dell’11%. Questo ci dice che non stiamo assistendo a un’anomalia temporanea o a un picco emotivo destinato a rientrare. Stiamo assistendo a un cambiamento strutturale nel modo in cui una parte significativa della popolazione concepisce la violenza politica.
La violenza non è sparita. Ha solo cambiato strumento. E ha trovato negli algoritmi dei social network l’equivalente moderno del ventaglio avvelenato: discreto, efficace, socialmente accettabile e tremendamente letale. La morte di Charlie Kirk, avvenuta pochi mesi dopo aver condiviso la prima ricerca che ne documentava le premesse culturali, non è stata la fine di questo processo. È stata, tragicamente, solo una conferma della sua accelerazione. I numeri di gennaio 2026 lo dimostrano: quando la violenza viene normalizzata mentalmente, ogni nuovo atto di violenza reale non la delegittima. La rinforza.
Ettore Panella
Fonti
articolo
https://www.city-journal.org/article/women-political-violence-digital-online
Ricerca
https://networkcontagion.us/wp-content/uploads/Assassination-Culture_-How-Shifting-Gender-Patterns-Signal-a-New-National-Instabilitypdf.pdf
Altre fonti citate nell’articolo trovate da Claude su mia richiesta
Per i dati USA sulla criminalità:
- Council on Criminal Justice, “Crime Trends in U.S. Cities: Year-End 2025 Update”
- FBI, “FBI Releases 2024 Reported Crimes in the Nation Statistics”
Per i dati USA sulla violenza politica:
- Wikipedia “Political violence in the United States”
- University of Maryland (citato da varie fonti)
- PBS News, “How recent political violence in the U.S. fits into a long, dark history”
Per i dati Italia criminalità:
- Ministero dell’Interno, comunicato stampa “Sicurezza: nel 2025 in calo omicidi (-15%) e femminicidi (-18%)” (19 gennaio 2026)
- Polizia di Stato, “Servizio analisi criminale: omicidi in calo negli ultimi 10 anni”
- ISTAT, dati reati
Per i dati Italia violenza politica:
- Avviso Pubblico, rapporto “Amministratori sotto tiro” (2024)
- Ministero dell’Interno, Direzione centrale Polizia Criminale, report intimidazioni amministratori locali